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 Il paradiso dei gatti - Emile Zola

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Giovanni
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MessaggioTitolo: Il paradiso dei gatti - Emile Zola   3/10/2008, 17:59

Il paradiso dei gatti
di Emile Zola.



A quell’epoca avevo due anni ed ero il gatto più grasso e ingenuo del mondo. Eppure, nonostante la mia tenera età, ero tanto presuntuoso da disdegnare i piaceri di una casa.
Ero stato davvero fortunato, visto che la provvidenza mi aveva destinato a tua zia! Quella donna d’animo gentile mi adorava. Dormivo sul fondo di un armadio, in una vera e propria reggia, con cuscini di piume e triple coperte. Anche il cibo era sublime: non c’erano mai solo pane o zuppa, ma sempre carne, e di primissima scelta.
Ebbene, in mezzo a tanta abbondanza, avevo un unico desiderio, un sogno: sgattaiolare dalla finestra del piano superiore e fuggire sui tetti. Le carezze mi infastidivano, la morbidezza del letto mi disgustava, ed ero tanto grasso da trovarmi ripugnante. In poche parole, mi annoiavo a essere felice tutto il giorno.
Devo ammettere che, allungando lievemente il collo, ero riuscito a vedere il tetto che si trovava esattamente davanti alla mia finestra. Quel giorno vi stavano giocando quattro gatti: il pelo irto, le code ritte, si capiva che si stavano divertendo là, sulle tegole di ardesia blu riarse dal sole. Non avevo mai visto uno spettacolo tanto straordinario.
E, da quel momento, ebbi un’idea fissa: là fuori, sul tetto, si trovava la vera felicità, là fuori, oltre la finestra, che era sempre ben chiusa. E, a sostegno della mia tesi, ricordo che anche le ante della credenza dove veniva tenuta la carne erano sempre ben chiuse!
Decisi così di fuggire. Nella vita, dopo tutto, doveva esserci ben altro, oltre alla comodità di un letto. Là fuori c’era l’ignoto, l’ideale. Un giorno si dimenticarono di chiudere la finestra della cucina, e io saltai sul piccolo tetto antistante.
Com’erano affascinanti i tetti! Le larghe grondaie che li circondavano sprigionavano profumi deliziosi. Le percorsi cautamente, e con le zampe affondavo in una fanghiglia tiepida, dall’odore squisitamente dolce. Mi sembrava di camminare sul velluto. Il sole splendeva, e il suo calore accarezzava le mie rotondità.
Non vi nasconderò che tremavo dalla testa alla coda. Ero sopraffatto dalla gioia. Ricordo in particolare lo sconvolgimento interiore che provai, e che mi fece letteralmente perdere l’equilibrio sulle tegole, quando tre gatti corsero giù dalla sommità del tetto e mi si avvicinarono, miagolando eccitati. Quando dimostrai loro di aver paura, mi dissero che ero un grasso babbeo e mi spiegarono che il loro miagolio era semplicemente una manifestazione di allegria.
Decisi allora di miagolare come loro. Era divertente, anche se i miei tre forti compagni non erano grassi come me e mi deridevano quando rotolavo come una palla giù dal tetto scaldato dal sole.
Un vecchio gatto della banda, in particolare, mi onorò della sua amicizia e si offrì di istruirmi a dovere. Io accettai, pieno di gratitudine.
Quanto lontane mi sembravano le comodità della casa di tua zia! Bevevo l’acqua dalle grondaie: nessun latte zuccherato aveva un gusto tanto delizioso! Tutto era bello e buono.
Mi passò accanto una gatta, una splendida gatta, e alla sua vista provai una strana emozione. Solo in sogno avevo immaginato creature tanto incantevoli, con la schiena deliziosamente inarcata. Ci precipitammo a darle il benvenuto, io e i miei tre compagni. Fui il primo a porgerle i miei omaggi, ma uno dei miei compagni mi morse brutalmente sul collo e io gridai di dolore.
«Puah!» esclamò il capobanda, trascinandomi via. «Ne incontrerai molte altre».
Dopo una camminata di un’ora, avevo una fame da lupo.
«Che cosa si mangia sui tetti?» chiesi al mio amico.
«Qualunque cosa tu riesca a trovare», rispose questi laconicamente.
Quella risposta mi lasciò in certo qual modo perplesso perché, per quanto cacciassi, non riuscivo a trovare nulla. Alla fine guardai attraverso la finestra di un abbaino e vidi un giovane operaio che si stava preparando la colazione. Sulla tavola, a breve distanza dal davanzale, c’era una braciola di un color rosso particolarmente allettante.
«Ecco la mia chance», pensai alquanto ingenuamente.
Saltai sul tavolo e addentai la braciola. Ma l’operaio mi vide e mi colpì duramente sulla schiena con la scopa. Lasciai immediatamente la carne, imprecai volgarmente e scappai.
«Ma da dove vieni?» mi chiese il capobanda. «Non sai che la carne che si trova su una tavola può solo essere ammirata da lontano? Ciò che dobbiamo fare è cercare lungo i marciapiedi».
Non ero mai riuscito a capire perché la carne che si trovava in cucina non appartenesse ai gatti. Il mio stomaco iniziò a protestare violentemente, e il capobanda tentò di consolarmi, spiegandomi che avremmo dovuto solamente aspettare la notte.
Allora, mi anticipò, saremmo scesi dai tetti fino in strada e avremmo cercato da mangiare nei bidoni delle immondizie.
Aspettare la notte! Da filosofo incallito qual era, lo disse pacatamente, mentre io, al solo pensiero di un digiuno prolungato, caddi svenuto.
Calò la notte, ma molto lentamente; era una notte nebbiosa, e io rabbrividii. A peggiorare la situazione, iniziò a piovere. Cadeva una pioggerellina fine, ma penetrante, accompagnata da rapide folate di vento.
Come mi sembravano desolate le strade! Non rimaneva più traccia di quel piacevole tepore, del sole cocente, di quei tetti su cui si poteva giocare tanto allegramente. Le mie zampe scivolavano sul marciapiede viscido, e io iniziai a pensare con una certa nostalgia alle triple coperte e al mio cuscino di piume.
Avevamo guadagnato con difficoltà la strada quando il mio amico, il capobanda, prese a tremare. Si fece piccolo piccolo e strisciò furtivamente lungo i muri delle case, invitandomi sussurrando ad essere veloce.
Quando raggiungemmo un punto sicuro, ovvero il portone di un edificio, vi si nascose e, soddisfatto, fece le fusa.
Allorché gli chiesi la ragione del suo strano comportamento, rispose: «Hai notato quell’uomo con l’uncino e il cesto?»
«Sì».
«Be’, se ci avesse visti, ci avrebbe catturati, arrostiti sullo spiedo e mangiati!»
«Arrostiti sullo spiedo e mangiati!?» esclamai.
«Allora, le strade non fanno per noi. Non c’è niente da mangiare, e si rischia addirittura di essere divorati!».
Nel frattempo, tuttavia, avevano iniziato a portare fuori le immondizie dalle case, ed io le esaminai, sempre più disperato. Tutto ciò che trovai furono due o tre ossi secchi che erano stati chiaramente gettati in mezzo alla cenere. E, immediatamente, mi resi conto di quanto delizioso fosse un piattino di carne fresca!
Il mio amico, il capobanda, salì sul mucchio di spazzatura, dando prova di grande abilità. Mi portò in giro a frugare nella spazzatura fino al mattino: ispezionammo ogni ciottolo, senza la minima fretta. Ma, dopo dieci ore di pioggia pressoché incessante, ero tutto tremante.
«Maledette strade!» pensai, «maledetta libertà!». Quanto mi mancava la mia vecchia prigione!
Quando si fece giorno, il capobanda si accorse che mi stavo indebolendo.
«Ne hai abbastanza, eh?» mi chiese con uno strano tono di voce.
«Oh, sì», risposi io.
«Vuoi tornare a casa?»
«Subito. Ma come faccio a trovarla?»
«Seguimi. Ieri mattina, quando ti ho visto uscire, ho capito subito che un gatto grasso come te non è fatto per le gioie della libertà. So dove vivi. Ti condurrò fino alla porta di casa».
Lo disse con semplicità, quel buon gatto d’animo nobile. E, quando infine raggiungemmo la mia casa, mi disse senza dimostrare la minima emozione: «Allora, addio».
«No, no» obiettai. «Non ci lasceremo così. Tu verrai con me! Divideremo il letto e il cibo. La mia padrona è buona...».
Non mi fece nemmeno finire la frase.
«Taci!» esclamò, brusco. «Sei un idiota. Io morirei, oppresso da tutte quelle comodità. La tua vita agiata è per smidollati. I gatti liberi non barattano la propria indipendenza con il benessere e i giacigli di piume. Addio!».
Detto ciò, si arrampicò sul tetto e vidi la sua ombra, minuta e orgogliosa, fremere sotto il tepore del sole mattutino.
Quando tornai a casa, tua zia si comportò come un vero sergente e mi somministrò una punizione che sopportai lietamente. Godevo del castigo che mi veniva inflitto e del piacevole calore della casa. E, mentre venivo picchiato, pensavo con gioia alla carne che mi avrebbe dato subito dopo.
Vedete - una riflessione, mentre me ne sto disteso davanti al caminetto acceso - la vera felicità, il paradiso, mio signore, è dove si è rinchiusi e picchiati, e dove si mangia sempre carne.
Parlo, ovviamente, per conto dei gatti.

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Che Dio vi benedica. Giovanni.
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