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 Vita domestica di un gatto sacro - Arthur Wiegall

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Giovanni
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MessaggioTitolo: Vita domestica di un gatto sacro - Arthur Wiegall   9/10/2008, 22:06

Vita domestica di un gatto sacro
Arthur Wiegall


Un anno, nella canicola estiva, quando a Luxor il termometro segnava 52°C all’ombra nella mia veranda, decisi di partire per il Basso Egitto, per cercare un po’ di refrigerio da un amico inglese che viveva a Zagazig, la città sorta accanto alle rovine dell’antica Bubastis.
Il mio amico era in procinto di lasciare definitivamente l’Egitto e mi chiese se volessi adottare la sua gatta, uno splendido esemplare di felino dall’aria mistica: zampe lunghe, testa piccola, occhi verdi e un pelo giallo-arancio tigrato di nero, talmente corto che pareva quasi invisibile. L’impressione di nudità che suscitava, tuttavia, non toglieva alcunché al caratteristico aspetto di verginale castità dell’animale.
Si chiamava Bastet. Anche se i suoi antenati più prossimi avevano vissuto tra le rovine della città, era evidentemente una discendente degli antichi gatti sacri, incarnazione della dea Bastet. Mi sembrò, dunque, più che giusto accettare l’offerta e portarla con me, a Luxor: essere un noto esperto di antichità egizie e non possedere un gatto egizio, che potesse conferire un tocco di mistero alla mia casa, mi era sempre sembrato un segno di scarsa capacità imprenditoriale.
Così, il giorno della partenza, mi recai alla stazione in compagnia di Bastet che, persa ogni aria dignitosa, si lasciò sballottare di qua e di là in una cappelliera di cartone (in cui avevo praticato un piccolo buco per l’aria), levando al cielo gnaulii sovrannaturali. Per strada e in stazione la gente sembrava credere che quei rumori fossero dovuti alla mia cattiva digestione e che avessi urgente bisogno di un medico. Quando il treno rovente entrò sbuffando a Zagazig, mi sentii veramente sollevato.
Per fortuna, lo scompartimento era tutto libero. Avevo appena smesso di preoccuparmi per la cappelliera, sistemata sul sedile accanto al mio, quando Bastet fu improvvisamente colta da una sorta di frenesia religiosa. La scatola iniziò a oscillare, e dal foro sbucò una lunga zampa che si mosse sinuosa nell’aria per qualche istante, per poi ritrarsi e far posto a un nasino rosa, che iniziò a premere verso l’esterno con una violenza tale da rompere il cartone. Dal buco uscì infine una testa sacra color sabbia.
Mezza soffocata dalla stretta apertura, la gatta cominciò a tossire. Per evitare il peggio, fui costretto ad allargare il foro. Contorcendosi, Bastet riuscì a liberarsi e, in preda a un delirio divino, balzò sul portabagagli e si allungò prostrata sulla rete, dove per un attacco di isteria perse il controllo dei propri organi: se per urbanità dicessi che venne sopraffatta dalla nausea, vi riferirei soltanto una minima parte di quell’atroce vicenda.
Il resto del viaggio fu un vero e proprio incubo. Ma, al Cairo, dove dovevo prendere l’espresso notturno per Luxor, un agente di polizia del posto venne in mio soccorso, adibendo a portantina un cesto della biancheria recuperato nel vagone letto. Dopo una lunga lotta, durante la quale il treno venne smistato su un binario di raccordo, riuscimmo infine a intrappolare l’indomabile Bastet.
Dopodiché, grondante di sudore, il poliziotto mi aiutò a trasportare di corsa il cesto lungo i binari fino alla stazione, nel caldo soffocante del tardo pomeriggio. Feci appena in tempo a prendere la coincidenza. Nella seconda parte del viaggio Bastet rimase nel reparto bagagli. A ogni fermata, trasportati dall’aria calda e silenziosa della notte, mi giungevano all’orecchio i suoi strazianti lamenti.
Arrivato a casa, aprii il cesto in una stanza vuota. Rapida come un fulmine, Bastet si arrampicò lungo la parete nuda, accoccolandosi sull’asta delle tende sopra la finestra, dove rimase tutto il giorno in una sorta di trance ipnotica. Al tramonto si lasciò tentare dal piatto di pesce e dalla ciotola di latte che le avevo preparato. Alla fine, rassegnatasi al nuovo ambiente, mi diede a intendere di essere disposta ad accettare la mia casa come suo tempio terreno.
Assolutamente pacifico fu l’incontro con Pedro, il mio cane di razza indefinibile, che dimostrava profonda indifferenza nei confronti dei gatti. Dal canto suo, Bastet prese dignitosamente atto del suo status, come credo sia abitudine nella sua terra. Talora acconsentiva a far visita al cavallo e all’asino, mentre nei confronti di Laura, la cammella, cominciò in breve a nutrire una vera e propria stima e finì per dormire qualche ora accanto a lei, nella stalla.
Non ero affatto impensierito per la reazione che Bastet avrebbe avuto con i polli e i piccioni perché, dopo molte insistenze, il suo ex padrone di Zagazig era riuscito a indurla a rispettare la stia e la piccionaia, ma provavo una certa ansia per le anatre, che la gatta non aveva mai visto in vita sua. In passato i suoi antenati cacciavano anatre e oche selvatiche, e nei giorni di festa e nelle ricorrenze, mangiavano pâté de foie gras, o come veniva chiamato a quell’epoca.
Per le anatre avevo predisposto uno stagno in miniatura dalle sponde alquanto ripide, lungo le quali avevo scavato uno stretto passaggio, o corridoio. Di giorno la superficie del pendio si inumidiva e al passaggio delle papere diventava scivolosa tanto che, dopo pochi centimetri, queste erano costrette a terminare la discesa scivolando sulla coda, come su un toboga, con le zampe stese in avanti e le testoline ben ritte.
Affascinata dallo scivolo e dal tuffo finale, Bastet stava seduta per ore a osservarle. Inizialmente avrei giurato che, prima o poi, si sarebbe avventata su una di loro, ma non lo fece mai. Le sue uniche prede erano le arvicole del Nilo e i topi di campagna, a proposito dei quali ricordo un curioso episodio. Una sera afosa stavo fumando la pipa seduto sulla veranda, quando la mia attenzione fu attirata da due topolini che erano strisciati fino a una zona erbosa illuminata dalla luna, davanti ai miei piedi, e che rosicchiavano impavidi le briciole di un cracker che avevo buttato a Pedro, qualche ora prima. Rimasi a guardarli in silenzio per un po’, senza accorgermi che Bastet li aveva a sua volta adocchiati e si stava preparando all’attacco. Non avevo nemmeno notato un enorme gufo bianco seduto tra le rose rampicanti, anch’esso pronto all’offensiva.
All’improvviso, il gufo piombò sui topi dall’alto e, nello stesso istante, Bastet balzò su di loro da una postazione laterale. Seguì un violento tafferuglio, accompagnato da un turbinio di pelo e piume. Io caddi dalla sedia. Dopodiché, il gufo se ne andò, emettendo versi striduli, in una direzione e la gatta si precipitò nella direzione opposta, mentre i topi, praticamente avvinghiati l’uno all’altro, rimasero pietrificati per qualche istante, troppo inorriditi per muoversi.
All’inizio del suo soggiorno a Luxor, Bastet era solita scendere fino alle sponde del Nilo, dove si divertiva a pescare con le zampe, pur senza grande successo, ma un giorno, dopo un brutto spavento, rinunciò definitivamente a questa attività. Quel giorno, seduto vicino al fiume, la osservavo mentre tentava di prendere alcuni pesciolini che, in banco, si crogiolavano al sole in un punto dove l’acqua era molto bassa. Ad un certo punto arrivò un pesce gatto lungo trenta, trentacinque centimetri, che riconobbi per i caratteristici barbigli e per l’assenza della pinna caudale. È un pesce abbastanza comune nel Nilo, una strana creatura capace di emettere scosse elettriche.
Il modo con cui si procura il cibo è alquanto curioso: all’inizio, rimane nei pressi di un piccolo banco di pesciolini intenti a mangiare; poi, scelto il momento più adatto, scivola silenzioso nel gruppo e, con una scarica elettrica, li induce a rigurgitare il cibo che hanno nello stomaco, di cui in seguito si nutrirà.
Stavo aspettando di vedere con i miei occhi questo spettacolo, a cui è sempre difficile assistere, quando, con un guizzo, Bastet immerse la zampa nell’acqua per catturare l’intruso. Colpita dalla scossa, gnaulò, spiccò un balzo, come se qualcuno le avesse pestato la coda, e da allora non osò mai più avvicinarsi all’acqua, ma si accontentò del pesce comperato al mercato, che veniva fritto per lei come se si trattasse di un rito sacrificale.
Il miagolio di Bastet aveva un che di sovrannaturale. Quando si sentiva particolarmente turbata, si abbandonava a gemiti che, inizialmente, sembravano simili al pianto del fantasma di un bimbo, per poi ricordare via via il canto stonato di un matto e terminare nel raccapricciante lamento di un’anima tormentata. Quando soffiava minacciosa, lo faceva al ritmo di un fucile.

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Che Dio vi benedica. Giovanni.
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MessaggioTitolo: Re: Vita domestica di un gatto sacro - Arthur Wiegall   9/10/2008, 22:06

C’erano alcuni gatti selvatici o, meglio, alcuni gatti domestici che, come gli antenati di Bastet, si erano dati alla vita selvatica, eleggendo a dimora un boschetto vicino al fiume, al di là del muricciolo del mio giardino. In genere, era proprio la presenza di uno di questi animali a scatenarla. A volte, invece, veniva stimolata dai suoi stessi insondabili pensieri, mentre percorreva i suoi misteriosi sentieri nell’oscurità della notte.
Doveva essere chiaroveggente, perché riusciva a vedere anche quanto era precluso al mio sguardo. Talvolta, per esempio mentre si puliva il muso dopo aver mangiato un pesce o aver catturato un topo, si fermava immobile con la zampa a mezz’aria, gli occhi fissi davanti a sé, per poi indietreggiare con il pelo irto o avanzare tra miagolii affettuosi. Talaltra, saltava giù da una sedia o dal divano, sferzando l’aria con la coda e spalancando gli occhi verdi. Ma il nemico, in questo caso, poteva anche essere un misero vermiciattolo.
Una volta la scorsi sul prato, tesa e immobile, intenta a fissare la luna nascente. Poi, d’un tratto, si esibì in una piccola danza, come fanno in genere i gatti quando giocano tra loro. Soltanto che non c’era nessun altro gatto nei paraggi e, in ogni caso, Bastet non giocava mai. Era sempre consapevole delle proprie origini sacre.
Per quella casta altezzosità che la caratterizzava era incapace di cedere il passo a chiunque: spesso il suo grido demoniaco, talora accompagnato da un fragore di vetri infranti, ci informava che qualcuno l’aveva calpestata per sbaglio. Era davvero straordinario vedere con quanta rapidità recuperasse la propria dignità e come fosse abile a far credere che quanto era accaduto non era tanto dovuto alla nostra volontà, quanto a un suo celestiale desiderio.
Quando la chiamavo, fingeva di non sentire. Arrivava qualche istante più tardi, facendo finta che si trattasse di un’iniziativa personale. Se la toglievo da una sedia, lei ritornava al suo posto, per poi ridiscendere con dignità, come se lo facesse per libera scelta. In questi casi, certamente, assomigliava più a una donna, che non a una divinità.
Il gatto egiziano è il parente domestico del gatto selvatico africano. Gli antichi lo consideravano sacro per via del suo strano comportamento e del suo misterioso verso. In tutti questi secoli, durante i quali le antiche divinità e i loro culti sono caduti nell’oblio, la sacralità di questa razza è invece riuscita a sopravvivere.
Secondo una credenza degli egiziani moderni, chi maltratta un gatto attira su di sé la sfortuna. Così, nei quartieri del Cairo e di altre città abitati dai locali, ogni giorno centinaia di gatti vengono sfamati dai bendisposti cittadini, che si giustificano sostenendo che essi sono utilissimi, perché uccidono i topi e altri animali dannosi. In realtà, il loro gesto è un retaggio inconfessato delle antiche tradizioni.
Ai tempi dei faraoni, alla morte di un gatto domestico gli uomini di casa si rasavano le sopracciglia e sedevano in circolo, gemendo e dondolandosi in avanti e all’indietro, a indicare un grande dolore. Il corpo dell’animale veniva imbalsamato e bruciato nel corso di un rituale solenne nel cimitero locale dei gatti oppure trasportato a Bubastis, dove avrebbe potuto riposare all’ombra del tempio della dea patrona. Io stesso ho riportato alla luce centinaia di gatti mummificati. Una volta, eccitata dalla presenza sulla veranda di una ventina di esemplari che attendevano di essere trasferiti al Museo del Cairo, Bastet trascorse l’intera giornata ad annusarli. Dovevano emanare un puzzo terribile!
Sul prato fuori casa c’era una pietra quadrata, che un tempo faceva parte di un altare dedicato al dio Sole e che ora veniva utilizzata come tavolino da giardino. A volte, dopo aver catturato un topo, Bastet vi depositava la sua preda martoriata e ormai priva di vita. Nessuno sapeva spiegarsene la ragione. Forse, come amavo raccontare alla gente, il suo era davvero un sacrificio al sole. Tale abitudine era proprio inspiegabile e, in un’occasione, risultò a dir poco imbarazzante.
Un giorno un famoso antiquario francese fu tanto gentile da venire a farmi una breve visita. Seduti sulla pietra sacra, sorseggiavamo il tè delle cinque e mangiavamo datteri freschi, quando Bastet fece la sua comparsa sulla scena con un topolino morto in bocca che, come al solito, depose sull’altare... solo che, quella volta, lo posò proprio nel piatto dell’ospite.
Immersi com’eravamo nella conversazione, non notammo il suo gesto. Sfortuna volle che l’antiquario, cieco come una talpa, anziché afferrare un dattero maturo, prese quel topo grigio scuro tutto sbavato e per poco non se lo mise in bocca: accortosi appena in tempo dello sbaglio, lo gettò via con uno strillo. Senza che nessuno se ne accorgesse, il topo finì proprio nel suo caschetto coloniale, che si trovava sul prato, rivolto all’insù. Il francese, fremendo di rabbia perché convinto, in un primo momento, di essere stato vittima di uno stupido scherzo, si alzò in piedi e, afferrato il casco, fece per calcarselo in testa. In quella il topo rotolò fuori e gli cadde sulla camicia, infilandosi poi nella sua giacca abbottonata.
Quasi impazzito, l’antiquario iniziò allora ad agitarsi freneticamente e calpestò Bastet, la quale pose fine al suo furore con un diabolico miagolio, affondandogli le unghie nella gamba. Durante quell’esibizione il topolino cadde a terra, per fortuna senza entrare nei larghi calzoni del mio ospite, come temevo. Recuperata la propria dignità, Bastet raccolse la preda e se ne andò.
È davvero strano che, nei cinque o sei anni trascorsi a casa mia, Bastet non abbia mai manifestato il desiderio di porre rimedio alla sua condizione di zitellaggio. Anzi, l’unica volta che tentai di combinare un matrimonio, dimostrò una decorosa, ma fortissima, antipatia per lo sposo, il che compromise subito il buon esito dell’unione. Finì, tuttavia, per innamorarsi di un gatto selvatico che viveva nella boscaglia, oltre il muretto del giardino: niente e nessuno sarebbe riuscito a impedirle di incontrarlo di tanto in tanto, solitamente nel cuore della notte.
Della sua sacralità, lui non si curava affatto. Dal canto suo, Bastet era pur sempre una femmina e, in quanto tale, lei non disdegnava i suoi modi rudi, che pur costituivano un’assoluta novità. Se non sono mai riuscito a intravedere il suo spasimante, che non osava avventurarsi nel mio giardino, sentivo però il rumore delle loro zuffe oltre il cancello.
E quando Bastet tornava a casa ricoperta di graffi e di morsi, borbottando qualcosa sui gatti sacri, aveva però un’aria perfettamente felice: lo si capiva dalla profonda e voluttuosa soddisfazione con cui si leccava le ferite.
Bastet subì un terribile cambiamento.
Abbandonata la sua preziosa dignità, diventò irrequieta e sempre più selvatica. La digestione cominciò a giocarle dei brutti scherzi. Una volta, addirittura, graffiò il naso a Laura, offendendola a morte. Adesso osservava le anatre scivolare nello stagno con uno strano luccichio nei suoi occhi verdi. Per la prima volta cominciò a interessarsi dei piccioni. E, per la prima volta, cominciò a mangiare i topi che catturava.
Poi, iniziò a sparire per un’intera giornata o per un’intera notte. Una volta andai a cercarla nel boschetto e la trovai che si faceva le unghie sul ramo di un albero, sopra la mia testa. Appena si accorse di me, con le orecchie piegate all’indietro soffiò, spalancando la bocca al punto che riuscii a scorgere tutti i suoi denti e metà della gola rosea. Per convincerla a rimanere a casa, ricorsi a ogni tipo di stratagemma. Ma fu tutto inutile. Alla fine, Bastet mi abbandonò per sempre.
Di lì a qualche settimana la vidi un’ultima volta tra gli alberi, in uno stato di gravidanza avanzata. Mi lanciò un lieve, amichevole miagolio, ma non si lasciò nemmeno sfiorare: sgattaiolò via, scomparendo nel sottobosco.
Da allora non ho più avuto notizie di lei.

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