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 Olly e Ginny - JAMES HERRIOT

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Giovanni
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MessaggioTitolo: Olly e Ginny - JAMES HERRIOT   22/10/2008, 18:16

Olly e Ginny

JAMES HERRIOT



Mi irritava, da gattofilo quale sono, che i miei gatti non sopportassero di vedermi. Ginny e Olly erano parte della famiglia, ora. Ci dedicavamo a loro con cura e, ogni volta che trascorrevamo un giorno fuori, la prima cosa che Helen faceva al ritorno era aprire la porta posteriore e dar loro da mangiare. I gatti lo sapevano molto bene e si sedevano sulla sommità del muro, aspettandola, od erano pronti a trotterellare giù dal rifugio di legno che costituiva la loro casetta.
Eravamo stati a Brawton per la nostra solita mezza giornata e loro erano là, come sempre quando Helen portava un piatto di cibo ed una ciotola di latte.
«Olly, Ginny» sussurrò, mentre ne accarezzava il morbido manto. Erano ormai lontani i giorni in cui si rifiutavano di farsi toccare da lei. Adesso si strofinavano sulla sua mano con gioia, inarcando la schiena e facendo le fusa, e, quando mangiavano, lei li accarezzava ripetutamente sul dorso. Erano creature molto miti, la loro natura selvaggia si palesava solo in caso di paura, ed ora, con lei, la paura era scomparsa.
Anche i miei figli, ed alcuni ragazzi del paese, si erano guadagnati la loro fiducia, e potevano accarezzarli con cautela; ma con Herriot ponevano un limite.
Come quando, per esempio, mentre seguivo tranquillamente Helen e mi avvicinavo al muro, si allontanavano subito dal cibo, ritirandosi a distanza di sicurezza, e lì restavano, le schiene sempre arcuate ma, immancabilmente, fuori dalla mia portata. Mi guardavano senza ostilità ma, non appena tendevo una mano, si allontanavano ulteriormente.
«Guarda quei piccoli accattoni!» esclamai. «Non vogliono ancora aver nulla a che fare con me».
Era frustrante dato che, in tutti gli anni di esercizio della professione veterinaria, i gatti mi avevano sempre affascinato ed avevo scoperto che ciò mi aiutava a instaurare un rapporto con loro. Sentivo di poterli trattare con più facilità rispetto ad altri perché mi piacevano e loro lo avvertivano. Ero alquanto orgoglioso della mia tecnica, una sorta di approccio rassicurante alla felinità, e non avevo dubbi sul fatto di avere un'empatia con l'intera specie e di piacere a tutti i gatti. Anzi, a dire la verità, immaginavo di essere per loro una pin-up. Ironicamente non era così con quei due, a cui mi ero tanto profondamente affezionato.
Era un po' dura, pensavo, perché li avevo curati e avevo probabilmente salvato loro la vita quando avevano l'influenza. Se ne ricordavano, mi domandavo, ma anche se così era, questo non mi dava evidentemente il diritto di toccarli nemmeno con un dito. Al contrario, ciò che sembravano ricordare era che ero stato io a prenderli con una rete e gettarli in una gabbia prima di sterilizzarli. Avevo la sensazione che, ogni volta che mi vedevano, venissero loro in mente per prima cosa la rete e la gabbia.
Speravo solamente che il tempo avrebbe portato ad un'intesa ma, come emerse, il fato cospirò a lungo contro di me. Soprattutto, c'era la questione del pelo di Olly. A differenza della sorella, aveva un pelo lungo che si arruffava e che presentava costantemente nodi. Se fosse stato un comune gatto domestico, l'avrei pettinato non appena sorgeva il problema ma, dato che non potevo neanche avvicinarmi, ero impotente. Lo avevamo da due anni quando Helen mi chiamò in cucina.
«Guardalo!» mi disse. «È una cosa spaventosa!».
Scrutai attraverso la finestra. Olly era un vero mostro, col pelo opaco e pieno di nodi pendenti, rispetto alla bella ed elegante sorella.
«Lo so, lo so. Ma che posso fare?». Ero sul punto di andarmene quando notai qualcosa. «Aspetta un attimo, ha due orribili nodi sotto il collo. Prendi queste forbici e prova: un paio di rapide sforbiciate e la cosa è fatta».
Helen mi diede un'occhiata angosciata. «Oh, ci abbiamo già provato. Non sono un veterinario e, in ogni caso, non lascerà che lo faccia. Mi permette di accarezzarlo, ma questa è una cosa diversa».
«Lo so, ma provaci. Non c'è niente di male, veramente».
Le cacciai in mano un paio di forbici ricurve ed iniziai a darle le istruzioni dalla finestra. «Adesso, metti le dita dietro a quella grossa massa. Bene, bene! Ora, dai con le forbici e...».
Ma, al primo luccicore dell'acciaio, Olly era già lontano, in cima alla collina. Helen si voltò verso di me, disperata.
«Non va, Jim, non c'è niente da fare: non lascerà che gli tagli nemmeno un nodo, e ne è pieno».
Guardai l'arruffata creatura che stava a distanza di sicurezza da noi. «Sì, hai ragione. Dovrò escogitare qualcosa».
Escogitare qualcosa implicava narcotizzare Olly, in modo da poterlo catturare, e mi vennero immediatamente in mente le fedeli capsule di Nembutal. L'anestetico orale si era dimostrato un valido alleato in innumerevoli occasioni in cui avevo avuto a che fare con animali inavvicinabili, ma qui era diverso. Negli altri casi i miei pazienti si trovavano dietro una porta chiusa, mentre Olly era fuori, con l'intera campagna in cui poter vagabondare. Non potevo permettere che si addormentasse là, fuori, dove una volpe o un altro predatore l'avrebbe catturato. Avrei dovuto osservarlo per tutto il tempo.
Era il momento di decidere e presi coraggio. «Tenterò questa domenica» dissi ad Helen. «Di solito è un po' più tranquillo e chiederò a Siegfried di sostituirmi in caso di emergenza».
Arrivato il giorno, Helen uscì e dispose due porzioni di pesce tagliato a pezzetti sul muro, una delle quali guarnita con le mie capsule di Nembutal. Mi accovacciai dietro la finestra, ed osservai attentamente Olly mentre si dirigeva verso la sua porzione, trattenendo il respiro quando questi l'annusò, sospettoso. Ma la fame ben presto ebbe la meglio sulla cautela, e lui ripulì la ciotola con gusto.
Ora iniziava la parte complicata. Se decideva di esplorare i campi come spesso faceva, avrei dovuto stargli alle calcagna. Sgattaiolai fuori di casa mentre lui risaliva, salterellando, il pendio, diretto al rifugio di legno all'aperto; con mio grande sollievo, si sistemò nella sua nicchia personale, nella paglia, ed iniziò a lavarsi.
Osservandolo, in mezzo ai cespugli, fui lieto di vedere che ebbe molto presto difficoltà con il muso, si leccava la zampa posteriore, poi, quando la portava alla guancia, perdeva l'equilibrio.
Ridacchiai tra me e me. Olly parve concludere che era stanco di ribaltarsi e che fare un sonnellino non sarebbe stata una cattiva idea. Dopo essersi guardato attorno con occhio annebbiato, si raggomitolò nella paglia.
Attesi un po', poi, con la furtività di un cacciatore indiano, strisciai fuori dal nascondiglio e mi avvicinai in punta di piedi al rifugio. Olly non era completamente narcotizzato: non avevo osato dargli l'intera dose, nel caso non fossi riuscito a seguirlo, ma era comunque sotto sedazione profonda. Di lui potevo tranquillamente fare tutto quello che volevo.
Mentre mi inginocchiavo e cominciavo a tagliare con le forbici, aprì gli occhi e fece un flebile tentativo di resistenza, ma invano, ed io procedetti rapidamente, eliminando il pelo ingarbugliato. Non riuscii a fare un lavoro particolarmente accurato, perché si mosse lievemente per tutto il tempo, ma eliminai tutti i nodi più grossi ed antiestetici, che si impigliavano di solito negli arbusti e che dovevano essere per lui tremendamente fastidiosi; al mio fianco il mucchio di pelo cresceva.
Notai che Olly non solo non stava fermo, ma mi guardava anche. Annebbiato com'era, mi aveva riconosciuto e i suoi occhi erano eloquenti. «Ancora tu!» dicevano. «Dovevo aspettarmelo!».
Quando ebbi finito, lo sollevai e lo posi in una gabbia per gatti, sulla paglia. «Mi spiace, vecchio mio», dissi. «Ma non posso lasciarti andare finché non ti sarai risvegliato completamente».
Olly mi diede un'occhiata assonnata, ma era evidente che si sentiva oltraggiato. «Così, mi hai ficcato qui dentro di nuovo. Non sei molto cambiato, vero?».
All'ora del tè si era pienamente ripreso ed io potei liberarlo. Aveva un aspetto decisamente migliore senza i brutti nodi di pelo, ma lui non ne sembrava colpito e, quando aprii la gabbia, mi lanciò un'unica occhiata di disgusto e schizzò via.
Helen era affascinata dal mio lavoro e, il mattino dopo, indicò eccitata i due gatti sul muro. «Non è bello! Oh, sono così contenta che tu sia riuscito a sistemarlo, la cosa mi preoccupava veramente. E lui deve sentirsi molto meglio».
Provai, presuntuosamente, una certa soddisfazione quando guardai fuori dalla finestra. Olly era senza alcun dubbio irriconoscibile rispetto all'animale trascurato del giorno prima ed io gli avevo certamente cambiato la vita, eliminandogli un costante fastidio, ma l'ondata di orgoglio che mi stava assalendo si smorzò nello stesso istante in cui feci capolino dalla porta posteriore. Il gatto aveva appena iniziato a godersi la colazione ma, vedendomi, scappò via più veloce di prima, scomparendo in lontananza, dietro la collina. Triste, tornai in cucina. La considerazione che Olly aveva di me era calata ulteriormente di parecchi punti. Mi versai stancamente una tazza di tè. Com'è dura la vita!

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Che Dio vi benedica. Giovanni.
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