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 Il caso della East Ninth - Jill Drower

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Giovanni
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MessaggioTitolo: Il caso della East Ninth - Jill Drower   25/1/2009, 15:22

Posai il capo sul freddo metallo della porta blindata. Qualcosa mi si conficcò nella tempia: lo spioncino. Immaginai che Arnold vi stesse sbirciando dentro, dall’altra parte, che mi stesse guardando di traverso con uno sguardo freddo, molto freddo, risentito, maligno, augurandomi di morire. Mi odiava. L’ho capito fin dal momento in cui siamo stati presentati. È stato Arnold a mettermi in questa situazione. È stata tutta colpa sua.
Faceva caldo, c’erano quasi ventisette gradi.
Mi trovavo in un grazioso condominio dell’East Village, anche se il corridoio sembrava quello di un penitenziario statale. Per quanto l’aria fosse soffocante, stavo tremando come una foglia. Era imbarazzo o shock?
Ogni tanto l’ascensore, preceduto da uno scampanellio, si apriva con un rumore secco, riversando un altro gruppo di condomini che tornavano a casa. Questi guardavano nella mia direzione, distogliendo subito dopo lo sguardo, indifferenti. Qual era il problema? Forse non avevo un aspetto abbastanza strano per loro? Scarmigliata, furtiva, aderivo alla porta dell’appartamento nel flebile tentativo di nascondermi sotto l’architrave.
La maglietta che indossavo era lievemente trasandata, pur essendo di un color bianco tanto brillante da sembrare nuova. Mi arrivava sotto l’ombelico e sul petto alcune lettere gigantesche in carattere senza grazie formavano la parola RELAX. Era la mia prima notte a New York, ed ero chiusa fuori dall’appartamento della mia amica. Mi ripetevo di stare calma. Il che era difficile. Oltre alla maglietta, indossavo soltanto un paio di orecchini d’oro ad anello.
La relazione di Arnold con Laura era del tutto platonica. Dopo aver condiviso la casa per alcuni anni, erano ormai diventati fratello e sorella.
Laura si sentiva sollevata per il fatto di aver trovato un compagno d’appartamento che l’accettasse così com’era, uno che non litigasse per questioni banali, come i turni per lavare i piatti. Vivere a New York implicava, inoltre, molta solitudine e Arnold era una compagnia divertente. Il problema era però che provava gelosia nei confronti dei suoi amici. Forse, pensava che se si fosse trovata qualcuno e si fosse innamorata, avrebbe voluto sposarsi e quel «qualcuno» avrebbe potuto cacciarlo di casa.
Qualunque fossero le sue ragioni, Arnold aveva comunque deciso di spaventare tutti gli amici che lei invitava. Laura aveva preso l’abitudine di frequentare i locali per single e, pertanto, invitava spesso i nuovi conoscenti «a bere un caffè» da lei. Arnold sviluppò, allora, quella che definiva la sua «tecnica del terrore» che, dopo un paio di sere, era diventata una vera e propria arte. Laura, che non sospettava nulla, scompariva in cucina a preparare il caffè e lui, con aria molto amichevole, si avvicinava all’ospite seduto sul divano e, all’improvviso, assumeva uno sguardo e un’aria incredibilmente minacciosi. Quando Laura arrivava col vassoio, era tornato affabile e, di solito, con molta solennità, usciva dalla stanza, lasciandola sola con l’invitato. Dopo la prima visita, quei poveri disgraziati non si facevano più vedere.
Mi trovavo a New York soprattutto per incontrare alcuni amici di vecchia data che vi si erano trasferiti ma, dato che non vi ero mai stata, nei dieci giorni a mia disposizione volevo anche conoscere il più possibile Manhattan.
«Sei benvenuta a casa mia, se vuoi, purché tu non abbia problemi a dormire sul divano». Accettai l’offerta di Laura. Viveva sulla East Ninth, quasi al termine della Fifth Avenue, abbastanza vicino al Washington Square Park perché potessimo andarvi a correre ogni mattina.
Compii il tragitto dall’aeroporto La Guardia all’appartamento di Laura in trance. Era tutto esattamente uguale a quei telefilm polizieschi e ai film di Scorsese che avevo visto, con forse più particolari. Era così diverso dall’atmosfera finta Tudor che si respirava già da Heathrow o da Gatwick.
Osservai tutto: le case con le tavole di copertura contro la pioggia, le autostrade, le automobili, i cartelli con su scritto «ultima uscita per...» e la rudezza del tassista che mi portò dalla stazione degli autobus fino a casa di Laura. Come ogni inesperto che arrivi in una grande città, del posto colsi i cliché. Mancava il fumo che usciva dalle grate del metro, ma credo che per quello fossi giunta nella stagione sbagliata: era estate ed era il periodo degli idranti selvaggi. In tutta la città si udivano i botti dei petardi, memento costante che mancava un solo giorno al 4 luglio.
Laura era una padrona di casa perfetta. Mi portò a mangiare il brunch e a fare una breve passeggiata al Village. Dato che era architetto, sapeva descrivere in modo affascinante gli edifici di arenaria bruna che ci circondavano. Mi avvertì di Arnold, dicendomi che era piuttosto permaloso, ma per quel pomeriggio non aggiunse nient’altro. Pensavo, comunque, che sarei stata in grado di addolcirlo abbastanza facilmente e che in un batter d’occhio saremmo diventati amici.
Quella sera mangiammo a Little Italy, per festeggiare la riunione della nostra vecchia compagnia. Assaggiai le conchiglie alla siciliana, che mi parvero il piatto più delizioso che avessi mai provato. Facemmo un brindisi allo chef e poi agli amici assenti. L’uomo che ci servì era molto premuroso e mi fece un sorriso particolare, simile a quello dei Corleone.
«Non ho salutato il cameriere!» esclamai, mentre uscivamo dal locale.
«Sopravviverà lo stesso», rispose la gestrice, con il tipico accento di Brooklyn che mi avrebbe fatto impazzire se fossi stata un’attrice. Scoppiammo tutti a ridere e ci abbracciammo, camminando a passo rapido per la malandata Bowery.
«Dai, vieni con noi», esclamò Emil. «Sei qui solo per pochi giorni».
Desiderava che andassi con loro a vedere l’ultimo spettacolo della notte in 3 D di Baciami Kate.
«No, sono veramente troppo stanca, non dormo da diciannove ore», risposi, scusandomi e sperando nella sua comprensione. «Ci vediamo domani, quando mi sarò adattata al fuso orario».
Mi accompagnarono fino all’incrocio fra Astor Place e Broadway e Laura mi spiegò ancora una volta come usare la chiave.
«Se resti bloccata, chiedi al sorvegliante».
Assunsi un’espressione perplessa.
«Il portinaio», tradusse.
«Quale portinaio?» chiesi, scherzando, con l’accento inglese più sfacciato che potessi assumere.
Entrai senza difficoltà e mi diressi alla finestra.
Era spalancata. Esattamente allo stesso livello della parte inferiore del telaio c’era un ampio pianerottolo e, alla sua estremità, si intravedeva la ringhiera di ferro di una scala antincendio.
«Le scale antincendio», pensai. «Adesso so di essere a New York. Chissà se hanno un loro modo di definirle, come fanno con i biscotti, gli ascensori, i rubinetti e i portinai».
Sul divano vi erano alcune lenzuola pulite e ben piegate. Le stesi con un certo criterio e mi infilai a fatica la mia maglietta, pronta per andare a dormire. Mentre me ne stavo distesa, semiaddormentata, mi chiesi bonariamente perché Laura fosse tanto trascurata in tema di sicurezza, ma mi sentivo troppo stanca per alzarmi e chiudere la finestra. Ben sistemata sotto le coperte, nel giro di pochi secondi piombai in un sonno profondo.
Mi risvegliai però di scatto e rimasi immobile per qualche minuto, intenta ad ascoltare il whoop-whoop-whoop di una pattuglia della polizia e a osservare le tende gonfiarsi, mosse dall’aria fuligginosa della notte.
Ad un certo punto mi resi conto di non essere sola. Da qualche parte, nella stanza, c’era un intruso. Incespicai nell’oscurità verso la porta, rovesciando un tavolino e, mentre cercavo freneticamente un interruttore, sentii qualcosa di appuntito conficcarsi nella mia carne.
Poi, alla luce, ci guardammo: il mio aggressore, con uno sguardo penetrante e malvagio, si trovava a breve distanza da me, mi fissava negli occhi, inchiodandomi nel posto in cui mi trovavo con la sola forza della sua occhiata furiosa, penetrante, malevola.
Sapevo che, se mi fossi mossa, mi avrebbe aggredito di nuovo. Rimanemmo immobili per alcuni istanti, belle statuine di un carillon senza musica, mentre il sangue mi gocciolava dai profondi graffi sulle gambe. Dovevo proteggermi dal prossimo attacco. Accanto a me, sul pavimento, c’era una pila di vecchie copie della rivista «Rolling Stone». Con una mossa rapida, cercai di farmi schermo con esse, ma lui fu più rapido e mi ferì sul dorso della mano.
Adesso tentava sistematicamente di colpire qualsiasi parte del mio corpo che riuscisse a raggiungere. Non ero un buon avversario.
Afferrai il chiavistello della porta d’ingresso e schizzai in corridoio. Questa volta Arnold non fu abbastanza svelto. Chiusi la porta finché non sentii un lieve click e il chiavistello non tornò al suo posto.
Non so quanto rimasi in quel corridoio del Greenwich Village, seminuda, tremante, indecisa sul da farsi.

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MessaggioTitolo: Re: Il caso della East Ninth - Jill Drower   25/1/2009, 15:22

Finalmente scesi furtiva al pianterreno, prendendo le scale di servizio e seguendo la voce di un notiziario televisivo di prima mattina, che descriveva i preparativi dei fuochi d’artificio per il Giorno dell’Indipendenza nel West Side. Il portinaio mi squadrò lentamente dal basso verso l’alto, soffermandosi più che altro sulla parte bassa.
«Ha per caso una valigetta di pronto soccorso?» gli chiesi mitemente.
«E qualcosa da mettermi addosso?».
L’uomo frugò per qualche istante e tirò fuori un lenzuolo macchiato di vernice che indossai a mo’ di toga. Dopo un’ulteriore ricerca mi portò un vecchio straccio, indurito da un detergente per metalli ormai secco. Dopo aver tamponato i graffi per un po’, mi accorsi che si trattava di un vecchio capo di biancheria.
«Sono stata aggredita da un gatto», spiegai.
«Signorina», ribatté lui, «lei ha dei problemi».
Non aveva però alcuna intenzione di aiutarmi a risolverli, stava solo facendo un commento. Poco dopo tornò ad ascoltare il notiziario.
«Inoltre, mi sono chiusa fuori dall’appartamento 208. Suppongo che lei non abbia una chiave di riserva».
L’uomo pescò una carta di credito dal portafoglio e io lo seguii fin su, all’appartamento. Armeggiò per qualche istante con la carta: era estremamente abile ad aprire le serrature e mi chiesi che lavoro avesse fatto prima di diventare portiere. Ma non era quello il momento di porsi dei dubbi sull’uomo di cui, in quel momento, avevo assoluto bisogno.
Era un tipo silenzioso, pertanto parlavo solo io.
«Non appena la porta si aprirà, getterò dentro questo», spiegai, mostrando il vecchio capo di biancheria. «Non se ne vada finché non l’avrò superato e non avrò raggiunto la camera da letto». Quindi, appallottolai lo straccio e mi preparai a lanciarlo.
La porta si spalancò. Arnold era dall’altra parte della stanza, mi puntava, fremente, pronto a scattare. Ignorò il portinaio: aspettava la mia mossa. Tirai lo straccio, a media velocità, in modo che compisse una certa rotazione. Mentre lui lo dilaniava, io mi precipitai nella stanza da letto di Laura e chiusi la porta, gridando grazie all’indifferente portinaio. Senza perdere tempo, afferrai una sedia e la sistemai abilmente contro la maniglia della porta.
Accesi la TV. Era sintonizzata su un canale di lingua spagnola.
«Adónde vas? A que no te atreves a besarme?».
Premetti il pulsante del canale successivo. Alle mie spalle la maniglia della porta tintinnava e vibrava. Controllai che la sedia fosse ancora al suo posto, poi mi sistemai di nuovo davanti al televisore.
Era un gioco a tre. La segretaria si chiamava Barbara e conosceva Bob, il marito, molto meglio della moglie, Connie. Questa, tuttavia, si comportava alquanto sportivamente e, anche quando scoprì che Barbara, non Bob, aveva scelto il regalo per il loro decimo anniversario, rise divertita e applaudì alla sua umiliazione, insieme al pubblico dello studio.
Arnold stava ormai dando colpi alla maniglia, cercando di logorarmi. Io invece alzai il volume al massimo e mi incollai al video. Poi, all’improvviso ci fu silenzio. Non si udiva più nulla.
Sentii il chiavistello della porta d’ingresso e la voce di Laura: «Ciao, Arnold, come va?».
Entrò per salutarmi con un paio di occhiali di cartone addosso, metà rossi, metà verdi, ma si bloccò all’istante.
«Pare che qui dentro ci sia stato qualche effetto 3D», commentò, guardando i mobili in disordine.

Nei giorni seguenti Laura fece ciò che potè per indurre Arnold a vedermi in una luce migliore. Fra i vari tentativi mi esortò a porgergli una ciotola di Nine Lives Formula, ma il suo piano fallì miseramente.
Compiere azioni semplici come andare in bagno o prepararmi una tazza di caffè erano ormai diventate per me un’impresa estenuante.
«Prova a rilassarti», mi suggeriva Laura con tono incoraggiante, mentre iniziavo ad attraversare la stanza.
«Sei sicura che sia una buona idea? Non potremmo chiudere Arnold finché non sarò uscita?» la supplicai. Poi, lo sentivo accorrere alle mie spalle e percepivo i suoi artigli oltrepassare il jeans e penetrarmi nella pelle.
Alla fine Laura, seriamente preoccupata per il comportamento sempre più aggressivo dell’animale, decise di chiamare una psichiatra per gatti. Una vicina aveva, infatti, minacciato di farle causa dopo che un pomeriggio Arnold l’aveva aggredita.
«Devo fare qualcosa o, prima o poi, qualcuno mi trascinerà in tribunale. Citare per danni chi conosci è il passatempo nazionale preferito. La gente segue addirittura dei corsi serali».
Venne in tal modo fissata una serie di appuntamenti con una deliziosa terapeuta argentina di nome Graciela.
«Sostiene che, a livello psicologico, io sia per Arnold una sorta di coperta di Linus», mi confidò Laura dopo una visita. «E crede che lui soffra del complesso dell’abbandono».
Pensai fosse un modo molto costoso per scoprire l’acqua calda, ma tenni per me tale considerazione.
La terapeuta le spiegò che cosa fosse la sindrome del gatto solo e le suggerì di comperargli un gattino con cui giocare. Inoltre, gli prescrisse un ciclo di Valium. Con mezza pastiglia mi aggrediva ancora. Con una pastiglia intera non riusciva a coordinare bene i movimenti, e decise quindi di limitarsi a fissarmi. O meglio, passò tutti quei giorni a fissarmi. Alle elementari ricordo che avevamo un ritratto enorme della Regina appeso in refettorio e che, a qualsiasi tavola mi sedessi, i suoi occhi mi fissavano sempre. Avere Arnold accanto mi dava la stessa sensazione, con l’unica differenza che ora non importava dove mi trovassi, ma quando alzassi lo sguardo. Di tanto in tanto, a distanza di due o di venti minuti, sollevavo lo sguardo dalla mia guida o dalla pianta di Manhattan e lui era là, intento a fissarmi. Non lo vidi mai battere le palpebre.
Laura seguì tutti i consigli che le erano stati dati, tranne quello di comperargli un gattino. Non trovò mai il modo di passare nel negozio di animali sulla Hudson Street e, col senno di poi, fece bene: immaginatevi Arnold che dà zampate e getta di qua e di là un povero micino, trattandolo come se fosse un topo di grossa taglia.
La storia ha, tuttavia, un lieto fine (quanto meno per Arnold) perché, dopo qualche giorno, cedetti le armi e mi trasferii in albergo. Lui festeggiò la sua vittoria, tornando ad essere docile e affettuoso come un tempo. Da allora ha continuato a tutelare lo zitellaggio di Laura, ma con maggior fermezza di prima.
Laura, dal canto suo, ha deciso di condurre la sua vita sociale fuori di casa e di rado invita qualcuno da lei. Le offerte di ospitalità agli amici sono cessate dopo la mia esperienza, il che deve averle recato grande sollievo, vista la fama della città in cui vive. Sicuramente, ciò le ha consentito di dedicare maggior tempo al lavoro: alcuni mesi dopo ha infatti avuto una promozione, e credo che anche per lei ci sia stato dunque un lieto fine.
«Ho ottenuto un lavoro incredibile», mi ha raccontato al telefono circa un anno dopo. «Si tratta di restaurare completamente una galleria d’arte a SoHo».
«Com’è Arnold in questo periodo?» le chiesi.
«Oh, non potrebbe star meglio. E proprio qui, accanto a me, non senti che fa le fusa?».

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